La mia Lumignano

Scritto da Diego Campi

Entrai nel bosco attraverso lo stretto sentiero che già conoscevo, la nebbia ovattava i rumori che venivano dal paese ed io, con lo zaino leggero dei miei quattordici anni, mi accingevo a vivere la mia avventura, per la verità un po' intimorito dalle incognite a cui mi sarei trovato davanti.

Avevo già salito con dei compagni la Maruska e lo Spigolo Conforto ed ora mi attirava l'idea di salire la Fessura Rossi.

Era cominciato l'inverno e tutti quelli che conoscevo avevano smesso di arrampicare per darsi al lungo letargo invernale.

Il mio desiderio di arrampicare era intenso e non trovando compagni, decisi di andare da solo.

Nel tratto centrale, il più difficile, mi sarei assicurato con la corda, con un ottimo sistema di autoassicurazione che Renato mi aveva insegnato; ora non mi restava che sperimentarlo.

Arrivai rapido all'attacco, anche fin troppo veloce perché ora dovevo passare subito all'azione.

I miei istinti arrampicatori si erano non poco smorzati e la roccia fredda e umida non trasmetteva nulla di piacevole.

Comunque mi preparai, sistemai tutto con ordine e partii lasciando sfilare la corda libera, pronta però per essere usata nel tratto difficile. Le mani erano gelate, ma mantenevano una buona sensibilità. Cominciai a salire per la fessura diagonale, a metà trovai un cuneo di legno ma continuai sicuro senza assicurazioni.

Gli scarponi cercavano dei piccoli appoggi che non davano molta sicurezza, ma avevo fiducia nella stretta delle mie mani.

Superai così anche un tratto verticale che mi portò sotto ad una parete gialla e strapiombante. Un vecchio chiodo segnava l'inizio della traversata verso destra e finalmente mi assicurai. Passai oltre e quindi per la parete soprastante, raggiunsi delle rocce più facili.

Una breve calata e recuperato i moschettoni, risalii lungo la corda.

Gli ultimi metri erano facili e pensai allora che potevo percorrerli senza assicurarmi: troppo complicato tutto quel salire e scendere! All'uscita un bel sole propagava nell'aria un tenue tepore e a valle le nebbie si stavano diradando.

Scesi così per la Maruska e giunto alla base, pieno di soddisfazione e orgoglio per la mia scalata, girovagai lì sotto dove nascono le pareti ad ammirare quelle splendide muraglie ormai scaldate dal sole. Cercai di individuare attraverso i chiodi, le vie già esistenti. Poi con lo sguardo sempre più attento immaginai nuove possibili salite, lasciando libero il mio intuito: tra placche, fessure e diedri che aspettavano solo di essere saliti.

Così non molto tempo dopo questi sogni presero forma e cominciarono ad uscire alcune mie fortunate intuizioni come Macedonia, le Placche, la Via dell'Ape, Goccia d'acqua, la Via sulla Piramide, La Pietra magica, e molte altre.

Dopo essermi appagato anche con la fantasia, quel giorno voltai le spalle alle pareti e cominciai a scendere per ritornare alla bicicletta che avevo lasciato sotto il grande masso. Avevo trovato un gioco fantastico per i lunghi mesi invernali. Era un mondo tutto mio e, più tardi, per pochi altri amici.

Prima di scendere mi voltai per guardare ancora le pareti soleggiate, che anche quest'inverno ogni tanto vengo ancora a ripercorrere.

Anche questa mattina, come sempre, sono arrivato presto e faceva freddo; è un'abitudine la mia dovuta probabilmente a tanti anni di alpinismo. Dopo trentasei anni le cose si sono trasformate, e tutte quelle linee immaginate e sognate sono diventate realtà, alcune mie, molte di altri. Ora stanno affollando coloratamente la falesia in un saliscendi continuo, passando da una parete all'altra, assaporando quel gioco perpetuo che immancabilmente in questo periodo si rinnova.

Qui ho imparato un modo diverso di vivere l'arrampicata e questo, ne sono sicuro, mi accompagnerà ancora per molti anni.