A quel tempo... c'era una volta...

Scritto da Michele Guerrini

Ho incontrato Eugenio Brunello a casa del fratello Francesco in presenza anche del minore, Andrea, entrambi validi alpinisti, e fra un "goto" e l'altro mi ha raccontato delle sue esperienze passate.

Classe 1949, comincia ad arrampicare agli inizi del 1965 e già l'anno successivo si iscrive al corso d i Istruttori del CAI con gli amici Tamiozzo, Salviati e Spiller.

Frequento Lumignano verso la fine del '65, quando in parete si contano solo due o tre cordate. Il materiale era lo stesso quello usato in montagna, con corda legata in vita e assicurazione a spalla o su chiodi (quando se ne trovavano).

Nella stagione più fredda si metteva un berretto di lana con sotto dei guanti per simulare un baschetto allora inesistente e poi troppo costoso; scarponi di cuoio con suola rigida, ed una grande differenza fece, in seguito, il passare dai Dolomite modello Major ai più leggeri La Sportiva modello Messner, rossi, con il bordo in gomma ed intersuola in legno.

A quel tempo si arrampicava con lo zaino, non tanto per allenarsi, ma per portare con sé la giacca che sarebbe poi servita a proteggere la gamba dallo sfregamento della corda durante la discesa in doppia, eseguita con il sistema Piaz, dall'albero della prima sosta della Maruska. Oltre a questa via, sulla cui cima fioriva un notevole numero di narcisi, esistevano solo la Rossi, la più dura, lo Spigolo Conforto, La Sbrega, la Via del Buco, e il Tetto Rosso: esisteva poi anche una via di IV° nella zona dell'Eremo, ma purtroppo poco frequentata perché un po' scomoda da raggiungere.

 Sulla sicurezza

 Eugenio frequenta anche la palestra di Gogna, aumentando così le sue capacità e incomincia ad aprire vie nuove a Lumignano. Suo è il primo tentativo del futuro Spigolo Casarotto, durante il quale vola sulla placca sopra la fessura, circa a metà parete, strappando così 4 o 5 chiodi prima di essere trattenuto da un'attenta Adriana Valdo.

Durante il secondo tentativo si ferma sulla stessa placca per le notevoli difficoltà, ed è costretto a piantare un chiodo ad anello per la calata in doppia.

"Ricordo di aver recuperato quel chiodo un giorno che eravamo in piazza a Belluno e guardando per terra ho notato quell'ancoraggio che usavano per tenere ferme le tende del mercato" (Se si ripete lo Spigolo si può ancora incontrare quel chiodo, che viene normalmente utilizzato).

Successivamente sulla Piramide apre una via di due tiri proprio nel centro della parete. "Mettevo un chiodo infilandolo in uno dei numerosi buchi a mano senza martello, poi lo caricavo con una staffa e sopra un altro, con lo stesso sistema. Poi sfilavo quello sotto, anzi veniva via da solo, recuperando la staffa, e così via. Alla fine del primo tiro ho però piantato un chiodo buono e recuperato Adriana a spalla. A proposito delle staffe, mi viene in mente quella volta che Bortolo Fontana mi chiese di portare a termine la prima ascensione integrale della Via degli Eroi mettendo insieme le due parti che lui aveva chiodato separatamente salendo da sotto fino al tetto e calandosi dall'alto per finire la parte alta. Quel giorno il Bortolo si presenta con una roncola e uno strano fifi lungo almeno un metro e venti tanto da spuntare fuori dall'apertura superiore dello zaino. Fece il tiro sotto il tetto a metà del quale, tirata fuori la roncola, cominciò a tagliare un figaro che intralciava evidentemente la salita. Arrampicai da capo cordata il tiro del tetto, ma mi fermai a metà di quel soffitto (le corde a quell'epoca erano di 40 m) facendo sosta su un chiodo a pressione. Bortolo arrivò, si attaccò a quel chiodo...

(nota: a quel punto la cordata, a 200 m da terra, era assicurata di peso sul solo chiodo a pressione piantato dal basso all'alto, tenuto fermo dal piombo che all'epoca serviva da stabilizzante) e proseguì fino al termine del tetto, dove tirò fuori quel fifi che l'aiutò ad agganciare un chiodo evidentemente piantato molto in alto fuori dallo strapiombo. Io, che avevo solo i fifi normali, che usavo per fare il Tetto rosso a Lumignano, dovetti inventarmi un'uscita alquanto funambolica!"

 Sui personaggi

 "Erano anni dove in montagna e di conseguenza a Lumignano ci si doveva vestire in modo serioso come quelli del CAI esigevano, ed il comportamento doveva essere impeccabile per il rispetto verso le montagne. Un giorno che stavamo effettuando una salita, credo che fosse il Campanile di Val Montanaia, ero vestito con un bellissimo maglione rosso fatto a mano e portavamo i jeans ma arrampicavamo comunque con gli scarponi; legato in vita, assicurazione a spalla, all'antica, insomma, quando un componente di una cordata del CAI vestito rigorosamente di grigioverde come si doveva all'epoca esclamò: "Non sarà mica il modo di vestirsi in montagna!", ecco per capirci, noi volevamo rinnovare un po' l'ambiente, sorridere arrampicando... e uno dei primi che andava in questa direzione è stato Giorgio Franzina, detto il Vescovo, perché di tanto in tanto durante una salita in montagna si affacciava da qualche camino o spuntone e cominciava a predicare, a parlare ad alta voce, così, per bàgolo! Si scherzava, insomma anche sui nomi: mi chiamavano El Cavrón, forse a causa dei miei calzini famosi. Adriana Valdo era Volpetta che ci scorrazzava per le Dolomiti con la sua 850 coupè gialla con due cuscini sotto il sedere per vederci meglio, durante i sorpassi si abbassava per guardare attraverso il volante!

Per concludere mi viene in mente che durante una delle mie prime ripetizioni della Maruska incontrai El Medium, un personaggio che aveva fatto da secondo a Peruffo nella ripetizione della Solleder in Civetta e che chiamavano così perché durante il bivacco si mise a pregare tutta la notte. Comunque questo Medium aveva un secondo che sulla Maruska arrampicava con le scarpe da sposo, da festa, quelle in cuoio liscio e un po' a punta che dovevano anche fargli un po' male, e alla domanda sul motivo per cui non arrampicasse con gli scarponi rispose: "El Medium me ga dito che se imparo co' queste po' co le vibram vago da dio!"

 Michele Guerr