La Tacca

Scritto da Paolo Teggia Droghi

In una larga parete di color rossastro, di altezza variabile tra i 25 e 40 metri, si trovava una protuberanza della roccia situata nella parte alta della parete stessa.

Non era sola in questa situazione, e tutti i giorni lei poteva vedere le “consorelle” che tappezzavano quella vasta area, ma la sua situazione le sembrava del tutto singolare: ne vedeva alcune sotto di lei, anche se la montagna in quel punto aveva una  conformazione concava per cui quasi quasi doveva sporgersi per poterle vedere; altre la sovrastavano, ma di fianco non ve n’era alcuna, tanto che si sentiva un po’ sola.

E poi, a ben vedere, le altre sporgenze le sembravano più grandi di lei, cosicché riteneva che le altre l’avessero lasciata sola in quanto inesorabilmente piccola.

A guardarsi attorno inoltre, si era accorta che molte delle sue simili, si trovavano in posizione eretta, verticale, quasi fiere del loro stato, altre completamente sdraiate, come a poter godere con serenità e sicurezza della loro condizione: lei invece se ne stava lì, un po’ obliqua, come a tradire una permanente incertezza.

La vita per loro si svolgeva immutabile, per centinaia di anni e le uniche variazioni venivano dal mutare del tempo e delle stagioni.

Come le altre lei poteva godere della pioggia che la bagnava, e del vento fresco che l’asciugava; nella stagione calda poi, per molte ore al giorno il sole la riscaldava, così tanto che le sembrava che potesse persino cuocersi, ma la sensazione dell’isolamento le produceva un sottofondo di tristezza che spesso le riemergeva.

Poi un dì accadde qualche cosa di strano, dato che alla base della parete sentì uno strano vocio, estraneo ai versi che di solito avvertiva durante le notti e i giorni: i falchi e i ghiri che iniziavano la loro caccia al calar delle tenebre e la varietà di uccelli che le volteggiavano attorno durante il giorno, emettendo i più disparati versi e gorgheggi.

Riusciva a scorgere, alla base della parete, un gruppetto di esseri che lei non aveva mai visto, come degli animali, che camminavano solo sugli arti inferiori, e agitando quelli superiori indicavano una serie di punti della parete stessa.

Qualche giorno dopo la prima visita, ebbe un soprassalto per il terribile rumore che udì, accompagnato da una vibrazione intermittente, come di piccoli terremoti che si succedevano gli uni agli altri: stavano bucando la roccia con uno strano aggeggio.

Ma ciò che la incuriosì maggiormente fu l’avvicinarsi di quegli strani animali (che imparò chiamarsi uomini), in quanto, a turno, tentavano di salire dove, fino a poco prima, si erano avventurate solo poche lucertole, in qualche punto il ghiro, e un’infinità di insetti.

Gli arti superiori accarezzavano, stringevano, si aggrappavano alle varie tacche della parete, e spesso sentiva che la perdita della presa provocava varie tipi di imprecazioni, e invocazioni.

Il tutto avveniva abbastanza lontano da lei, proprio dove vi era più abbondanza di quelle consorelle che stavano più vicine tra di loro, più grandi di lei, proprio quelle che lei aveva sempre invidiato: l’antico senso di solitudine e di abbandono ricomparve.

Un giorno sentì il rumore dell’aggeggio più vicino, e si sentì emozionata: forse anche per lei era giunto il momento nel quale sarebbe stata afferrata dalle dita degli uomini.

Ma la sua speranza presto svanì per il fatto che poche dita arrivavano a toccarla, nessuna ad afferrarla, ma nessuno riusciva ad andare oltre.

Dopo diversi tentativi, sentì che gli umani l’avevano definita “svasa”.

Lei non ne conosceva naturalmente il significato, ma il tono con cui era stata pronunciata non prometteva nulla di buono; anzi le sembrava una riprova del suo stato di isolamento e di abbandono: non solo era piccola e obliqua, ma ora sapeva di essere anche svasa.

Forse le altre, quelle grandi, fiere del loro essere, l’avevano rifiutata per la sua diversità, e questo pensiero non fece che accrescere il suo antico senso di inferiorità.

Ma la colpiva il fatto che alcuni di quegli umani insistevano più e più volte nel tentativo di resistere nella prensione; l’avevano tutta riempita di una strana polvere bianca, e anche se non era fredda come la neve in fondo non le dispiaceva, e ad ogni tentativo che avveniva, alle imprecazioni della mano di turno, si univano cori di “alè, alè” da parte del gruppetto rimasto per così dire a terra.

Le sembrava che stessero incoraggiando il loro compagno.

Lo schema era sempre lo stesso: uno di loro partiva dalla base; saliva piano piano fino a lei; arrivava a sfiorarla con due dita, ma poi queste scivolavano via di colpo, cedendo per lo sforzo troppo violento.

Sentiva la diversità delle dita che la raggiungevano: alcune erano grosse e forti, altre callose e ruvide, altre sottili, delicate, come se attaccate ad esse non vi fosse alcun peso.

Nel resto della parete il gruppo degli umani si stava infittendo, e molta era la curiosità soprattutto dei nuovi arrivati: ma dove stava lei erano sempre in pochi, e sempre gli stessi, che tentavano di raggiungerla.

Poi un giorno accadde quello che in fondo in cuor suo sperava, perché anche lei aveva segretamente incominciato a fare il tifo per quei ragazzi che di tanto in tanto riuscivano a sfiorarla.

In una tiepida mattina di primavera due dita, che lei aveva già conosciuto in altri tentativi, la raggiunsero, l’afferrarono, con un gemito per lo sforzo la tennero ben stretta…. e poi avvertì tutto il peso di quel corpo prima sulle due dita e successivamente su di una suola di gomma.

Ci fu un urlo di liberazione e di soddisfazione insieme, sia del quadrupede che dei suoi amici; anche lei si sentì liberata dal peso della diversità.

Poi sentì i commenti che il gruppo faceva, e uno diceva che il passaggio era davvero impegnativo, che bisognava afferrarla in un certo modo, che i pedi andavano messi in quell’altro …

Era la tacca dell’8c.

Da quel momento la sua esistenza le parve diversa: il resto delle consorelle risultavano ancora le più richieste, ma i toni di ammirazione e di incoraggiamento riguardavano in modo del tutto particolare lei, e le dita che la raggiungevano, tanto che sotto la sua verticale cominciavano a riunirsi umani che parlavano più lingue, come se fossero accorsi da diverse parti del mondo rendendola di fama internazionale.

Padova 27 marzo 2007