Facendo sicura a Lumignano

Scritto da Francesca Bevilacqua

E’ sabato, abbiamo la mattina libera e quindi andiamo ad arrampicare a Lumignano, la nostra falesia di roccia preferita, dove numerose pareti di magnifico calcare grigio si ergono quasi a sorpresa sulla vasta pianura nei dintorni di Vicenza. Sono pareti severe, spesso disperatamente strapiombanti, ma non fanno paura perché sono basse ed in primavera sono incorniciate da una vegetazione rigogliosa e profumata in cui insetti di ogni foggia, uccelli canterini e piccoli mammiferi invisibili sono in continua attività. A Lumignano gli alpinisti non compiono imprese memorabili: si limitano a giocare con le difficoltà, inventando nuovi movimenti (che spesso somigliano a impossibili contorsioni) per raggiungere il prossimo appiglio, quello che permetterà loro, finalmente, di alzarsi ancora un po' e di abbandonare il dolorosissimo buchetto che sono costretti a stringere per non precipitare in basso. La caduta, che per taluni rappresenta una frustrazione, per nessuno costituisce un pericolo, sempre che ci si sia legati bene all'imbrago. A terra infatti ci sono gli amici che fanno sicura, pronti a bloccare la corda ogni volta che il compagno o le circostanze lo richiedano. E mentre aspettano il loro turno svolgendo tale supremo compito, questi speciali "climber assicuratori", (che nei giorni di grande frequenza sono schierati uno di fianco all'altro), chiacchierano fra loro del più e del meno e spesso ridono sonoramente.

Oggi qualcuno ha tirato fuori un discorso a proposito del mistero che circonda l’arrampicata di capre e camosci che «con quegli zoccoletti corrono sul terzo grado e riescono anche a superare passaggi di quarto». La voce di chi ne parla rivela un misto di invidia ed ammirazione. Subito un altro rincara «Ebbè? Un giorno al parco Fistomba di Padova, c'era un tipo che aveva portato il suo gibbone a sgranchirsi le braccia: che numeri, ragazzi! In due secondi, letteralmente due, era in cima ad un enorme albero e di lassù si lanciava a volo libero verso il ramo più basso: lo acchiappava e tirandolo (!) si dava lo slancio per risalire in un battibaleno fino alla cima. Quello sì era un "free climber"!»

Il paragone tra le performances di questi animali e le nostre ascese lente e faticose ci conduce all’inevitabile conclusione relativa alla nostra debolezza competitiva in campo fisico: a nuoto possiamo battere solo i terricoli puri, di corsa solo gli arboricoli puri o gli uccelli (non tutti), e nel volo è meglio che non ci cimentiamo nemmeno: in quanto climbers riteniamo di avere una discreta voce in capitolo e possiamo garantirlo. Segue un silenzio di riflessione. Ognuno di noi, ne sono certa, sta pensando a quanto stupefacente sia il fatto che un animale tanto imbranato quanto l'uomo abbia potuto diventare il padrone incontrastato della Terra.

Mentre anch’io sto rimuginando proprio questo pensiero, il richiamo di un falco mi fa alzare la testa. Eccolo lì, con quel suo corpicino affusolato ed energico, con quelle sue ali dai movimenti essenziali e sicuri: guardarlo è un incanto.

Improvvisamente mi pare di capire quale sia il ruolo dell’uomo sulla terra (ogni tanto mi capita di credere di aver capito tutto). Intendo quello dell’uomo senza sovrastrutture, dell’uomo essenziale, insomma. Egli, che è bruttino e deboluccio, è qui per ammirare e glorificare il mondo in tutti i suoi dettagli. Perché il mondo, malgrado sia un luogo pericolosissimo, è in effetti quasi sempre bello da mozzare il fiato. Cosa che l’uomo ha sempre mostrato di apprezzare.

Ora che ci penso, direi quasi che la ricerca, la conservazione e la trasmissione del culto per la Bellezza sono la nostra caratteristica distintiva. In effetti, rispondiamoci: come era la nostra mamma? Bella. E il nostro papà? Bello. Come era la favola che ci piaceva tanto? Bella. E il primo giorno di scuola? Bello. E la tosse matura? Bella. E l’arcobaleno? Bello. E la cantata intorno al fuoco sulla spiaggia? Bella. E il concerto di Steve Ray Vaughan? Bello. E il discobolo di Mirone? Bello. E la Venere di Botticelli? Bella. E uno qualsiasi dei libri di Sciascia? Bello. E il nostro amore? Bello/Bella.

Godiamo la bellezza quando la cogliamo, e vorremmo anche, tanto tanto, portarcela dietro per usarla come scudo contro i momenti brutti, i sentimenti brutti, i luoghi brutti, e le persone brutte, che dopo tutto - in effetti - ci sono.

Ma ecco che è richiesto il mio intervento attivo: il mio “primo” è arrivato in catena e mi fa segno di calarlo. Come di prassi, quando sarà a terra gli chiederò come era la via e lui mi risponderà “Bella”. Non ci sarà bisogno di ulteriori specificazioni perché questa via è una vecchia conoscenza: si tratta di una placca di calcare grigio e compatto generosamente cosparso di ottime prese che fanno sentire a suo agio persino una fifona come me.

Insomma, è una di quelle vie in cui posso smetterla di sentirmi travolta dall’ansia e stravolta dalla fatica. Viceversa, posso fingere di tendere un agguato alla sosta cercando di muovermi senza che sia possibile sentire alcun rumore: né quello delle mie scarpette sulla roccia, né quello del mio respiro in gola. Come fossi un puma.

Non mi viene mai troppo facile ma, ogni volta che ci riesco, mi convinco un po’ di più che arrampicare è proprio una Bellezza.

Quando saremo caldi, passeremo alle vie più impegnative, quelle che mi incutono un po’ di soggezione. Anche allora, quando sarà arrivato in catena, io domanderò al mio primo come era la via e di nuovo lui mi risponderà “Bella”. Ma se lo dirà dopo una breve pausa ed usando un tono fiero e soddisfatto io saprò che intendeva “Bella come una bisbetica domata”.